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Cronache milanesi

Sono incasianta, di brutto direi. Lo dico terra a terra perchè deve essere una dura presa di coscienza del mio stato.
Nella mia calma e “spensierata” stagione milanese, tra il grigio dei palazzi mi sento grigia anch’io: tutto è assuefatto in uno stato di normalità, di lasciar fare che mi porta ad accettare la qualsiasi cosa, come l’aria avvelenata, lo stress, la scortesia della gente che non ti guarda nemmeno più in faccia e che si fa i fatti suoi, non importa quel che accade.
Da settimana scorsa, in Università, si può dire che è un periodo di fuoco: nella totale indifferenza dei più, nel cinismo di alcuni, due fazioni si scontrano; è il caso di Comunione e Liberazione e la cosiddetta “area antagonista”. Venerdì scorso, lo dico e lo ripeto per sottolinearne la gravità, cinque studenti dell’area antagonista sono stati arrestati con un bliz di novanta agenti tra carabinieri e polizia che ha portato agli arresti domiciliari per quattro e per uno al carcere. Quello che è finito in carcere ha l’aggravente di essere il <figlio di un ex terrorista di Prima Linea> e non lo dico io, lo dice la digos.
Reato commesso: furto di fotocopie; i cinque sono andati nella libreria di Comunione e Liberazione (Cusl) ed hanno fotocopiato dei volantini senza pagarli. E’ volato qualche schiaffo, ma poi la cosa è finita lì. NOn così pare per le forze dell’ordine, che hanno ritenuto che per un furto fossero necessari novanta agenti. Novanta contro cinque.. che abbiano avuto paura?
Il magistrato conferma il fermo con l’accusa di <rapina aggravata>. Per 100 fotocopie, rapina aggravata. Arresti domiciliari. Per uno il carcere.
Ma dico io da persona ignorante quale sono, non bastava farli pagare? In denaro intendo: gli si dà una multa ed è finita lì, senza tra l’altro dover mettere altra carne in carceri che già strabordano.

Martedì c’è stato poi il corteo non autorizzato degli studenti delle scuole medie superiori ed universitari milanesi che hanno sfilato prima stretti da un cordone di poliziotti in antisommossa, poi caricati, provocati, qualcuno malmenato: 2 liceali arrestati, altri 2 processati per direttissima il girono dopo.
Sempre dal basso della mia ignoranza, mi domando: si processano per direttissima i liceali e non lo si fa con gli assassini o gli stupratori?

Le cose non mi tornano, decisamente. Anzi, mi correggo, mi tornano fin troppo, ma non riesco a capire come diamine si possa dire ancora che siamo in una democrazia a questo punto: se gli oppositori vengono sanzionati più duramente di chi li aggredisce armato, siamo tornati alle squadracce fasciste. Non vuole essere retorica la mia, proprio per niente. Vuole invece cercare di essere una lucida riflessione.
Riflessione sul fatto che tutti, ogni giorno, ci mentono in continuazione, che chi ha il potere lo usa solo ed esclusivamente per fini propri, che non gliene importa un fico secco ad un emerito cane se chi dovrebbe tutelarci alla fine ci aggredisce.

Non sono cose nuove, lo so bene, ma allora proprio per questo dovrebbero fare in modo che gli studenti e chiunque si senta coinvolto, anche le famiglie, si indignino pubblicamente e sanciscano che loro più non ci stanno. Le cose ovvie non vanno date per scontato, ma anzi vanno continuamente ribadite proprio perchè nessuno deve dimenticarsi che quell’ovvietà è una base fondante di una società.
Ma il messaggio che dobbiamo esere flessibili, che dobbiamo insertirci nel mercato del lavoro, che dobbiamo essere contenti di quello che abbiamo e che non dobbiamo fermarci troppo a pensare, soprattutto a cose serie, altrimenti rischiamo di perdere del tempo, che come sappiamo è denaro, facendo perdere soldi a noi stessi, ma sospetto più al nostro datore di lavoro, qualunque esso sia. Anni fa già mi hanno dato della facinorosa, poi sono passati al fannullona ed ora alla teppista.
Capirai, ho fatto anni a vestirmi con felpe e pantaloni larghi ed a portare i capelli corti, incontrando già le critiche di molti che tutte le volte che mi vedevano in stazione avevano paura che io spacciassi droga, data l’attenzione che avevano per me spesso i vigili o i sorveglianti che presidiavano la stazione ferroviaria dove io prendevo il treno per tornarmene a casa dal liceo. Non mi sento mica male perchè qualcuno molto poco informato e pieno di pregiudizi mi chiama teppista.

E in questo schifo di paese dove la notizia è solo un trafiletto farcito di opinioni personali, sono molte le persone che hanno pregiudizi perchè boccalone che sono credono ancora che se uno non si veste bene è un poco di buono, se uno non guadagna o non fa sfoggio della propria ricchezza allora bisogna stargli lontani perchè potrebbe essere un tipo losco. Signori, sinceramente, terra terra, non me ne frega un cazzo del vostro perbenismo.
Io ho le mie battaglie da fare, visto che grazie a voi coglioni entro sei mesi mi troverò con tasse universitarie aumentate esponenzialmente e non saprò nemmeno se nel mio ateneo sarà ancora pronunciabile la parola Marx: hanno già licenziato un docente per averla detta, figuratevi uno studente.
Ma sappiate che io ai ricatti non ci stò: voi perbenisti del cazzo avete fatto un errore fondamentale. Avete pensato di dare a dei valori da voi condivisi, soprattutto per i vostri scopi meramente di profitto, una valenza universale. E qua ora vi siete fregati. Perchè il gioco ormai lo conosco anch’io. Anche se non sono abile come voi a giostrarmi tra l’immondizia, prima o poi qualcuno lo becco e lo mando a picco.

Voi ed il vostro schifoso capitalismo pensate di poter comprare tutto, di essere i signori, ma ricordate bene che il capitalismo non è un sistema che si autorigenera: è un sistema che si basa sullo sfruttamento delle risorse, umane o naturali, fino alla saturazione del mercato. Le recenti crisi ci dicono che non manca tanto al punto critico. Voi avete reso l’individuo, l’essere umano, il pilastro portante di una società ed ora non riuscirete più ad estrometterlo da essa. Potrete isolarne qualcuno, ma troverete sempre ostacoli e prima o poi non riuscirete più a superarli. Ci potete togliere il diritto allo studio, potete privatizzare l’acqua, potete menare i dissidenti; ci potete rendere inermi, se volete, ma la mente e la conoscenza, che sono le vere ricchezze dell’umanità, quelle non potete cancellarle. Potrete anche lasciarci in mutande, renderci invisibili, senza prospettive, ma vi tirerete alla fine solo la zappa sui piedi. Se ci sparerete ci renderete martiri, state ben attenti.. e questo è il preciso motivo per cui molti di voi sono ancora in piedi.
Dopotutto le stragi ormai le fate solo voi: uccidete dei vostri connazionali solo per trovare nuove occasioni di profitto.
Sfruttate le popolazioni, comprate i politici, li controllate e li ricattate se necessario; vi mettete nei punti strategici in modo tale che sia impossibile sradicarvi. Ma se non si riesce a sradicarvi, vi si può comunque dare una bella potata in modo che abbiate ben chiara la direzione da seguire.
Voi ipocriti pensate di essere ad un passo dalla vittoria ma vi sbagliate: prima o poi la rivolta arriva ed allora più in alto sarete più vi farete male quando cadrete.

Per quelloc he mi riguarda io stò rimettendo in discussione tutto; non ho nulla da perdere: non ho una casa, non ho un lavoro, non ho un futuro. Al posto che starmene qui ancora ad indignarmi ed a fare la mia vita virtuale, smetterò di farlo e passerò all’azione: vi contesterò in ogni modo possibile, vi rimbeccherò su ogni decisione, vi terrò d’occhio in un modo tale che capirete anche voi che non è conveniente sgarrare. Non mi serve i soldi per fare tutto questo, ho qualcosa di più efficace: la persuasione e la memoria.

In più, dato che emarginate chi non la pensa come voi, avete commesso un fatale errore: rendendo me ed altri invisibili, ora non sapete nemmeno quanti siamo; ma se anche vi faceste forti del numero dei vostri sostenitori non potreste comunque agire efficacemente.
Sono parte di una metastasi che, purtroppo per voi non potete togliere.

Addio

Nell’anno 2009 di nostra vita
io, Valeria Mengo, eterno studente
perché la materia di studio sarebbe infinita
e soprattutto perché so di non sapere niente,
io, chierica vagante, bandito di strada,
io, non artista, solo piccolo baccelliere,
perché, per colpa d’altri, vada come vada,
a volte mi vergogno di fare il mio mestiere,

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l’umiltà…

Io, figlia di un’ insegnante e di un magazziniere,
cresciuta fra i falegnami e muratori di campagna,
che sapevano l’opera a memoria e improvvisavano di canto,
io, tirata su a funghi ed a castagna,
io, sempre un momento fa campagnola inurbata,
due soldi d’elementari ed uno d’università,
ma sempre il pensiero a quel passato mai scordato
dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà…

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia
e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,
a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai
a questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l’unica fede il cui sperare…

Nell’anno 2009 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch’io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile…
mio amico…

Urlando contro il cielo

“Ho perso le parole.. eppure ce le avevo qui un attimo fa”

Si, lo so che è già il secondo intervento che inizio con una frase presa da una canzone, anche questa volta di Ligabue.
Però sono incappata in un serio problema comunicativo: dalle 21 in poi mi spoglio di tutte le retoriche, di tutte le facce che inconsapevolmente mostro e mi rimane solo un ghigno amaro in viso. Nemmeno so il perchè.
E non riesco più a parlare con le persone. Mi chiudo, escludo i legami; dalle 21 in poi sono solo io.

A parte questo spazio, che stà diventando sempre più un qualcosa che mi ripugna durante il giorno (forse perchè vedo riflessa un’immagine di me totalmente differente da quella che vedo di giorno), non riesco a parlare, se non di futilità. L’ora del silenzio, mi verrebbe quasi da chiamarla; un silenzio che rompo solo per suonare o per cantare, fino a svuotarmi i polmoni. Peccato che non dura un’ora, ma fino al mattino successivo.
Guardando in questo specchio mi sento proprio patetica: continuo a dirmi le stesse cose, a lamentarmi delle stesse cose, a piagnucolare perchè giro in tondo e non sono ancora capace di fermarmi e capire da che parte andare.

“Al mondo sono andato, dal mondo son tornato sempre vivo”

Io vado e vengo, mi tengo attiva in qualche modo, ma non riesco ad evitare di non sentirmi propriamente viva. E in questo appiattimento tutto assume un tono uniforme che mi sconcerta e disgusta allo stesso tempo.

Ma porca di quella misera, è mai possibile che tutte le sere devo farmi le stesse menate? E’ mai possibile che non riesco a trovare un modo per crescere ed affrontare i miei problemi? Sono davvero così pigra?
E vediamo di dare un taglio all’autocommiserazione, non serve proprio a nulla. Sarebbe tuttavia utile essere in grado di capire cosa si può definire autocommiserazione e quale invece è il risultato di un’esigenza concreta.
Non so, mi sembra di non capire più nulla.
Forse è una normale conseguenza di quando si vuole vedere solo quello che stà dietro la facciata, ma una volta oltrepassata la soglia non si riconosce più il posto in cui ci si trova.

Forse
E’ l’unica parola che mi viene in mente chiara, il che non aiuta certamente la mia autostima.
fortunatamente di giorno riesco ancora a trovare gli appigli per risalire minimamente dal buco nel quale sono finita per mia spontanea volontà, facendo la radicale, quella senza compromessi. Ma allora si arriva al punto che davvero qualche compromesso bisogna accettarlo, anche controvoglia? Non sarebbe un po’ come rinnegarsi?

Mah, tutte le mattine mi sfiora lo stesso pensiero che ha fatto raul sui treni e le stazioni.
Forse è solo il canto d’agonia di una fenice che poco alla volta muore. Però non è detto che non possa rinascere migliore.

Alidicorvo

P.S.: forse la cosa che più mi snerva è questo continuo alternarsi di ruggiti e silenzi, i primi in reazione ai secondi.
E i secondi in risposta ai primi.
Ritorno al punto di partenza, la ricerca di un equilibrio che ancora mi sembra distante.

In caduta… ferma

“E le senti le vene, piene di ciò che sei e ti attacchi alla vita che hai”

Si, in questi giorni pulsano forti le mie vene, oggi procurandomi anche una forte emicrania.
Cresce la consapevolezza di non avere un’identità ben formata e la ricerca della mia gente; non ho mai smesso di dare la caccia al mio branco.
Quel possessivo dà sicurezza: so che se mi devo battere come una tigre fino a che non avrò più fiato in gola e sangue in corpo, potrò anche gioire delle mie vittorie con qualcuno. Di qualunque natura siano.

Ieri sera ho chiamato Raul.
Avevo voglia di sentirlo, anzi, ne avevo bisogno, quel bisogno che quasi ti rende impossibile respirare. Lui è la mia boccata d’aria fresca ogni tanto, qualunque cosa dica: che si parli seriamente oppure si spari qualche cazzata.
Volevo sentirlo proprio per dirgli questo: che mi sento sospesa tra tante realtà nelle quali non riesco ad entrare, che ho smarrito la mia strada, quella strada che tante volte ho nominato, forse anche impropriamente.
Siamo finiti a parlare d’altro e va bene così: la mia boccata d’ossigeno l’ho avuta.
Gli volevo chiedere aiuto, ma mi sono anche resa conto che non è giusto pesare così su di lui; anche se sento sempre più forte il peso di un vuoto di conoscenze che prima semplicemente ignoravo.
Le ignoravo perchè non volevo sentire, non volevo affrontare un percorso così difficile; ma la vita viene a chiamarti, ti bussa alla porta e rimane lì a farlo finchè non la sfonda, se non la apri.
Un passagio più semplice sarebbe stato proprio quello di spalancare quella benedetta porta e lasciare che tutto entrasse e mi travolgesse; non so se sarebbe stato più indolore, ma ormai la frittata è fatta.

La Terra è venuta a bussare alla mia porta da diversi giorni; sono riuscita a conviverci per un po’ ma mi ha dato la sua lezione quando mi sono tappata occhi e orecchie.

Sono venute a bussare alla mia porta anche le notizie, presentandosi sottoforma di indignazione ed ora non se ne vanno più.
Sento un rombo dentro di me, che da più di un mese avanza sommesso, ma si fa sempre più forte. Non posso più ignorare nulla, mi sento proprio una tigre in gabbia. Non mi riferisco, per una volta, all’ambito familiare.
Senza punti di riferimento, non riesco ad affrontare le cose al meglio, con lucidità. Ma non me ne importa nulla.
A furia di definire i miei confini con ciò che non sono, riuscirò a trovare anche quello che sono.

Alidicorvo

Da un po’ di tempo a questa parte le mie serate sono sempre uguali, monotone nei gesti: salgo in camera mia, accendo il pc, mi cambio mettendomi comoda e mi metto a curiosare, a giocare, a leggere o a scrivere.
Tuttavia i miei sentimenti cambiano di giorno in giorno: sento la frustrazione crescere, l’ira accendersi e devo impormi un forte controllo perchè il nervosismo non sfoci in pianto. Forse dovrei piangere, non fa bene sopprimere troppo le proprie emozioni, che riescono a trovare ugualmente una via per venire a galla; nel mio caso sono erpes e febbre.
Tuttavia se piangessi non riuscirei a ragionare come faccio sotto l’impulso della rabbia; mi addormenterei ed il giorno dopo mi alzerei con gli occhi gonfi, intontita, piuttosto che rimanere lucida a ragionare e cercare una via d’uscita conciliante.
Però sono stufa: come figlia devo sempre stare zitta, non rispondere, anche se uno ti viene a svegliare alle 7.30 del mattino dicendoti “sveglia, che in questa casa non si dorme fino a mezzogiorno”. Dato che per me il buongiorno si vede dal mattino, se uno mi sveglia così i coglioni che mi sono spuntati girano talmente forte che bastano a cambiarmi l’umore per il resto della giornata.
Ogni scherzo non viene accolto, ogni risposta è polemica, mi si tratta come se io non facessi mai nulla; saranno anche cose comuni, ma non vale mica il detto “mal comuni, mezzo gaudio”.
Sono anche stufa di dover riflettere sempre sulle stesse cose.. magari lo chiedo al Governo, chissà che abbiano una exit strategy anche per me, magari non proprio come quella per l’ Afghanistan.
Io questa estate non mi sono riposata un’attimo, l’unica settimana di vacanza che mi sono presa l’ho passata a fare volontariato in Abruzzo; non mi pento della mia scelta, anzi: proprio lì in mezzo a chi aveva perso tutto, mi sono sentita libera e il peso che avevo sul petto se n’è andato, come se qualcuno lo avesse sollevato da lì. L’aria fluiva di nuovo nei miei polmoni fino a riempirli; non possedevo nulla se non qualche cambio ed un sacco a pelo, un pettine e qualcosa per lavarmi, ma ero lì sotto il sole, con il vento che mi investiva e con le braccia dolenti ed arrossate.

Fine della settimana, fine della gradevole sensazione di libertà ; torno a casa, negli ambienti a me familiari, riprendo a studiare, mi impegno, aiuto… Tutto ritorna come prima. Da quando sono tornata mia madre non ha accettato che io riprendessi a giocare di ruolo, che stessi a computer a fare quello che più mi pareva. A mezzanotte si alza apposta, tutte le sere, per controllare se io sono già a letto oppure no; in caso io sia ancora alzata, segue con tono poco cortese un discorso snervante per farmi andare a letto. Ma porca di quella puttana, a 23 anni potrò decidere io a che ora andare a letto?
Invece no, sono sempre in allerta: a nascondere cose che lei non vuole vedere, a spegnere lo schermo del pc non appena la sento avanzare verso camera mia..

Perchè non accontentarla? Perchè non fare come dice lei?
Perchè se volevo vivere reclusa, mi facevo sbattere in galera o mi facevo suora.
Qualcuno che ti sveglia la mattina quando ritiene che quella è l’ora giusta per alzarti, qualcuno che decide le tue priorità, qualcuno che ti rimprovera quando non hai nulla da fare mentre lei è ancora impegnata, fregandosene del fatto che magari hai appena finito di fare quello che avevi da fare. Qualcuno che ti organizza la giornata insomma, compresa l’ora del silenzio. Continuo a dirmi che se vivessi in caserma non sarebbe poi tanto diverso.

Massì, conviene fare quello che dice lei, così una volta che hai finito ti lascia in pace..
Magari! Se finisci di pulire casa e lei ti pesca che ti stai facendo i fatti tuoi, ti fa la menata perchè non stai facendo niente e ti trova altro da fare; quindi se disgraziatamente sei più veloce di lei nel fare le cose, hai una mole di lavoro in più, di qualsiasi tipo: può variare dal trasferire i video dalla telecamera a dvd, sistemare qualcosa, ripulire da un’altra parte… la prima cosa che gli viene in mente te la becchi.
Si è figli, bisogna ubbidire. E’ vero. Ma non mi stà bene se per sottofondo devo avere un continuo borbottio. Per di più se per la minima cosa si va in polemica, che si protrae anche quando io abbandono il campo perchè sono stufa, in modo tale che la possa sentire anche dal piano superiore. Non manca nemmeno di fare una rampa di scale per essere sicura che io senta quello che ha da dire.

Così per ore, tutti i giorni.
Arrivo ad un punto in cui vorrei tanto diventare verde e con un’enorme massa di muscoli, solo per farle abbastanza impressione da farla stare zitta. Ho imparato ad avere un certo autocontrollo: non dico buono, perchè sbotto pure io certe volte, ma poi finisco e non ne parlo più.
Però da qualche mese c’è la novità: mi si chiude lo stomaco per il giramento di scatole e la fame, che rimane comunque, si trasforma in nausea, rendendomi ostile qualsiasi pietanza; risultato: ho fame e mi gira la testa, ma se avvicino un boccone mi viene il vomito.
Altre volte, quando mi saltano i nervi, ma ho già mangiato, mi vengono i bruciori di stomaco, che aumentano fino a che non mi calmo.

Non sono una santa, ho un gran pessimo carattere, me lo dico da me, ma non mi alzo mai di luna storta la mattina se non ho un buon motivo. Non stò qui a scrivere per autocelebrarmi, ma per sfogarmi: tanto quei quattro amici che ho e che vengono a vedere il mio blog conoscono tranquillamente la mia situazione familiare.
Non sopporto più i costanti giudizi anche sui miei amici, come se gli chiedessi un parere prima di farmi un’amicizia.. anzi, come se le chiedessi, perchè bene o male mio padre stà abbastanza zitto ed aspetta l’evoluzione della situazione prima di aprir bocca.
Se studio non posso leggere, non posso vedere la televisione, non devo stare a computer oltre le 23.00, non devo giocare, ma starmene lì su quei fottutissimi libri e sbatterci la testa,  fino a che o si rompe il libro o la mia fronte. Unica valvola di sfogo è la Protezione civile e la compagnia che mi sono creata attorno, che almeno una volta alla settimana mi fa uscire di casa. Sotto ricatto anche quella, da un po’ di tempo.. anzi, da un sacco di tempo, da quando ci sono entrata: quando mi sono iscritta, due anni fa, non è passata neanche una settimana prima che mi si ricordasse che se non ce la facevo a scuola, se secondo loro io dovevo concentrarmi maggiormente sui libri, allora dovevo lasciare il volontariato.

Se chiunque della gente là fuori se ne stesse zitto, come faccio io per il quieto vivere, per non turbare oltre una famiglia che ha già chi urla e dà fuori di matto per tutto, capisse quindi cosa vuol dire stare dove stò, non credo che mi potrebbe dire nulla per le scelte che ho preso ultimamente. Si fotta l’Università se si deve fottere, si fotta tutto quello che è necessario si fotta.
Se per il quieto vivere di tutta la mia famiglia (nonni,zii, cugini, parenti vari) è necessario il mio silenzio, che sia; ma non rimane comunque giusto.
Poi vogliamo fare quelli che si scagliano contro le ingiustizie che girano per le strade del mondo, ma non guardiamo a quelle che ci sono in casa nostra.
Purtroppo io non sono capace di dire di no alle persone alle quali voglio bene e finisco per accettare anche le situazioni che non mi piaciono; sarò debole sotto quel punto di vista, ma come chi legge questoblog sa bene, è un sacco di tempo che lavoro su questo aspetto. Non voglio tuttavia arrivare alla drastica decisione di dire addio a tutti, amndare a fanculo chi devo mandare, sputare minacce o assumere comportamenti duri: io non sono così e non chiedo altro che poterlo dimostrare. Ma se devo lottare, per quanto male faccia lotterò.

La Lupa e il Lago

Giornata nuvolosa oggi.
La lupa ha deviato il suo percorso per un po’, ha cambiato strada seguendo il suo istinto ed ora è ferma sulla riva di un lago, con le zampe che affondano tra i piccoli ciottoli della stretta e corta spiaggia.

Non ha fretta, la lupa; ora per lei il tempo non è qualcosa da rincorrere, ma un fedele compagno che le passeggia accanto, accompagnandola silenzioso.
Da lui non cerca nulla; se ora, improvvisamente, il tempo decidesse di lasciarla, di sospenderla in un vuoto, a lei non importerebbe. Ha già appreso molto da lui: principalmente, a gioire in cuor suo di ogni istante che esso le regala, poi che abbandonare il tempo vorrebbe dire perdere la concezione della vita così come la si intende ora.

Per questo, anche adesso che è seduta in riva al lago, osserva il ritmico andare e venire delle onde ed osserva i disegni ricamati sulla sua superficie dai suoi abitanti.
Si distrae un istante per annusare l’aria, con profonde inspirazioni.
Non ha fretta oggi, come non ce l’ha da un po’ di tempo.

Ferma a gustarsi semplicemente lo scorrere della vita, sua e del resto della moltitudine di viventi che la circondano e che, anche se non vede o non sente, sa che sono lì, ognuno indaffarato a modo suo.
Solo lei sembra aver rotto quell’anello naturale che spinge tutti gli esseri viventi a procurarsi di che sopravvivere; sa di avere un vantaggio, la giovane lupa: sa che se avrà bisogno di mangiare riuscirà a trovare qualcosa, se avrà bisogno di un riparo, lo riceverà.
Strana condizione la sua, per un lupo: il branco, la caccia, le sembrano parole lontane in questo momento e lei non ne sente la necessità.

Lo sciabordio leggero dell’acqua sui ciottoli scuri accompagna i suoi pensieri, mentre il venticello che si è levato dalla mattina le passa senza pretese sulla pelliccia, che già inizia a infoltirsi in previsione dell’inverno.
Alza lo sguardo verso le verdi colline ricoperte di vegetazione e pululanti di vita, mentre tutto il resto sembra lontano.
Ha la solitudine nel cuore ed anche se a volte le fa male, in altri momenti le sembra di riuscire interamente a comprendere cosa voglia dire essere in comunione con ciò che la circonda.

Sente un rimore in lontananza: drizza le orecchie ed acuisce la vista, fino a trovare una piccola imbarcazione a motore che solca le placide acque; gli uomini sono arrivati anche lì e presto quell’angolo di quiete verrà trasformato, plasmato, avvelenato.
La lupa soffia forte fuori dalle narici, esprimento con quel gesto il suo disappunto. Osserva l’imbarcazione sparire in una insenatura alla sua destra, poi di nuovo torna il silenzio.

Si alza e riprende il suo cammino, senza fretta; le ritornano in mente i momenti in cui era in quella città, gli uomini ed i cani incontrati. Ricorda il puzzo ed il disgusto, i morsi subiti prima di darli ed il vuoto che a mano a mano si è creato intorno a lei.
Ricorda ma non rimpiange nulla. Ricorda anche che ci sono altri come lei, che affrontano il loro cammino in solitario, condividendo la loro vita con il tempo, consci che prima o poi dovranno pagare il prezzo per ciò che hanno ricevuto.

Per la lupa la cosa è naturale, tanto da essere scontata.
Ascolta piano il rumore delle sue zampe che comprimono i sassi levigati dalla costanza dell’acqua.
Un’anatra ed un germano reale sbucano dalla riva e lanciano verso di lei uno sguardo allarmato; la lupa lo coglie e fissa i due di rimando, per poi spostare lo sguardo altrove, proseguendo il suo cammino senza curarsi più della coppia.
Tra non molto cambierà la stagione e ritroverà l’altra lupa, sui valichi tra i monti a Nord; nel frattempo la sera puo gustare ancora la compagnia del lupo dal pelo scuro; lui non parla mai troppo, né a sproposito e la ascolta quando ha bisogno. Entrambi conoscono le ferite dell’altro, almeno quelle più recenti o visibili; quando possono i due si aiutano.

Mentre la giovane lupa pensa tutto ciò, il vento cambia e lei decide di prendere un sentiero diverso: forse tra non molto arriverà il temporale.

Alidicorvo

Ricordo

Anche quest’anno è arrivato il 20 luglio.
Stavolta me ne ero quasi dimenticata, presa dagli impegni quotidiani;  certe cose però non si possono dimenticare. Se anche la nostra mente non se ne ricorda, quello che dentro di noi ci colpisce riemerge appena ha l’opportunità di farlo, appena una debole luce gli viene puntata contro.
Otto anni fa moriva Carlo Giuliani ed io, che ero ancora piccola per poter capire, non riuscivo a comprendere cosa volesse dire morire a vent’anni.
Adesso, che di anni ne ho quasi 23, conosco le aspettative che si ha alla mia età, il desiderio di lottare per i propri ideali e di esprimerli pubblicamente, senza aver paura delle botte della polizia o degli insulti di chi non la pensa allo stesso modo. Il pensiero che qualcuno possa farci del male è lontano perchè ci sentiamo forti, capaci di imprimere la nostra forza sul mondo e farlo cambiare, rendendolo più simile a quello che vorremmo che fosse.
Tuttavia, dal 2001 a questa parte è risultata sempre più evidente l’impossibilità di manifestare (da intendersi come mostrare) pubblicamente e pacificamente il proprio pensiero, soprattutto per una determinata parte della società. All’inizio li chiamavano “no global”, poi “movimenti”, “girotondi” e così via… Tutte facce che, messe insieme, completano una complessa medaglia; all’ultimo G8, quello dell’Aquila, le televisioni nazionali li hanno chiamati semplicemente manifestanti. Manifestanti. Non è sbagliata, ma quella parola mi inquieta: mi suona neutra. Non viene messo in risalto il motivo per il quale si manifesta, ma solo l’azione.
Poi, inquieta la modalità con cui le notizie vengono riportate: ” i manifestanti hanno avuto uno scontro con la polizia” è stato detto. Anche questa affermazione è vera, ma tace parte della verità. Sembra che un gruppo di persone abbia attaccato briga con la polizia quando, se si esaminassero più a fondo le varie anime di questi manifestanti, si capirebbe che ciò non è assolutamente vero e, per alcuni, moralmente impossibile.
I pacifisti non metterebbero mai in atto azioni violente, ad esempio.. e questo esempio, appunto, è sentore di quanto l’opinione pubblica non abbia capito nulla della complessità di spinte politiche e sociali che caratterizza questi “manifestanti”.
Assisto con enorme sdegno ad una delegittimazione della piazza, che subisce attacchi pericolosi dal mondo politico. Pensiamo al così detto “G8 dell’Università”: studenti caricati e provocati, fino alla loro reazione, poi condannata quasi da tutti.

Ma torniamo al 20 di luglio.
Carlo, mi permetto la confidenza di chiamarlo con il suo primo nome, oggi assume molto l’aspetto di una vittima sacrificale sull’altare della politica, quella che non ammette il dissenso, che pretende che si sia ottimisti e che ci si omologhi.
Ma non è questo quello che mi ha insegnato: Carlo mi ha insegnato a vivere nella convinzione dei miei ideali, a continuare a lottare per quello in cui credo. “They took your life, but they could not take your pride” cantano gli U2. Io credo sia vero.
Anche se ora non è più fisicamente con noi, Carlo rimane in ognuno di noi ed io sono orgogliosa di avere un pezzettino di Carlo sempre con me, a ricordarmi che un altro mondo è possibile e che queste parole non sono solo uno slogan utopistico, ma un futuro necessario.

Grazie, Carlo, per essere con me ogni anno.

Alidicorvo

Ieri sera ero davvero a pezzi, ma oggi ho ricevuto un aiuto inaspettato, quindi stò un pochino meglio.
Quando sono pressata, come lo sono stata nei giorni scorsi, mi chiudo e non ho voglia di vedere nessuno, mi lascio scivolare un una lenta caduta, vinta dalla facilità di abbandonarsi a momenti in cui la mente è paralizzata e non può analizzare quello che succede dentro e fuori di sè.
So che non è il migliore dei comportamenti, ma a volte mi aiuta a congelare la situazione per un po’, una piccola pausa prima di riprendere a boccheggiare.

Questo pomeriggio ho deciso di controllare i miei legami sul web quando ho trovato una cara amica, con la quale non chiaccheravo da tempo; all’inizio volevo solo sapere come sta, dato che è molto che non ci sentivamo… poi siamo finite a parlare di me.
Anche se con una nota di dolore, ho parlato, cercando di spiegare quello che provo e ciò su cui ho riflettuto; ho vinto l’iniziale ritrosia che ultimamente provo per i contatti umani ed ho ascoltato quello che mi è stato detto.

Ora mi sento più leggera.
Mi sento un po’ meglio, anche se non ho dimenticato; per il momento ho accantonato l’ansia e, se non altro, ragiono più lucidamente.
Mi sono accorta così che, nei giorni scorsi, mi sembrava di non poter andare oltre il punto in cui mi trovo, ma che in realtà non è vero.
Ancora, mi sono resa conto che mi sembrava di essere sola e di voler restare sola, ma la voce amica di oggi mi ha ridato forza, almeno quella che basta per smettere di rannicchiarmi su me stessa.
I miei contrasti persistono… ma ho persone disposte a prestarmi la loro forza per superare ciò che mi schiaccia.

Pensandoci attentamente, in questi due giorni ho visto tendersi verso di me molte mani, che ho afferrato timidamente. La prima, quella di mia cugina Ilaria, che non ha detto niente, ma mi ha fatto uscire dal covo nel quale mi sono rintanata e mi ha presa per quello che sono, anche seria e musona. E dire che siamo davvero l’opposto, in ogni cosa: lei è rossa con gli occhi color del ghiaccio, la carnagione chiara, un carattere mascolino ed esuberante, sempre pronta a divertirsi e a far divertire; è scatenata, giuda come un pilota di formula uno, è spericolata ed odia fare fatica.
Io sono mora, carnagione olivastra, occhi scuri; anch’io sono mascolina, ma non come lei, sono più intellettuale e tranquilla. Non credo di avere tutta la sua energia e preferisco starmene tranquilla, in un posto con poco rumore e molta calma; per quel che riguarda la fatica, credo di non volerne fare, ma scelgo comunque una strada che proprio in discesa non è.
E dire che io e lei ci eravamo perse di vista molto tempo fa.

La seconda, quella di Fernanda, che mi ha sostenuta con decisione, ma allo stesso tempo con delicatezza. Sebbene non ci sia una profonda conoscenza tra me e lei, mi sento a mio agio e mi sembra di capirla al volo… mi sento in sintonia. Fernanda è la mamma: anche se non la mia, mi sembra quasi di essere stata adottata, viste le attenzioni che riesce a dedicarmi, nonostante abbia anche lei una famiglia a cui badare.

La terza, quella di Carla, che ha attaccato bottone con me quando io non ci ho nemmeno pensato; lo ha fatto con una naturalezza ed un’eleganza che io da sempre le invidio. Perchè Carla per me è l’eleganza fatta persona, anche quando sfodera i suoi lati meno… educati. Dopo tutto il tempo che non ci siamo sentite, tutti i casini che si sono messi in mezzo, sei riuscita ancora a dirmi ” ti voglio bene”.

Cicerone diceva: “Vulgare amici nomen, sed rara fides est”.
L’ho sempre creduto ed oggi lo confermo con gratitudine.

Ogni tanto le sorprese giungono anche da me… Grazie a tutti.

Alidicorvo

Senza risposte

E’ un dolore acuto quello che mi porto dietro da qualche tempo; subdolo, mi colpisce appena mi distraggo, appena non c’è nessuno intorno a me.
Paradossalmente, da una settimana stà picchiando più duramente che in precedenza, forse perchè sono a casa da sola. Eppure pensavo che, una volta libera di seguire i miei ritmi, senza avere il fiato di nessuno sul collo, avrei finalmente potuto tirare un respiro di sollievo.
Evidentemente mi sono rilassata troppo presto e ho pensato di essere arrivata ad un traguardo che invece è ancora ben lontano: sono sicura di questo, lo percepisco nettamente mano a mano che i giorni passano.

In risposta mi assale anche una certa paura: riuscirò proseguire senza spezzarmi?
Sento nitidamente il fiato mancarmi, un peso che schiaccia il torace e gli impedisce di espandersi e riempire i polmoni di aria fresca e nuova; tutto quello che inspiro ha odore di vecchio, di già respirato, scarico della quantità di ossigeno che sento di aver bisogno in questo momento.
Lentamente mi sento affogare ed agitarmi, per cercare di inspirare tutto ciò che mi serve, non farebbe che peggiorare le cose: piccoli e lenti respiri… è così che sopravvivo.

Che fare?
Quando ci penso, in un primo momento mi viene in mente il titolo di un libro di Lenin.. ma in ogni caso non trovo soluzioni. Mi sembra piuttosto di essere davanti ad un enigma:

Continuare a volare, pur sapendo che da un momento all’altro le ali si potrebbero spezzare, oppure scegliere di far rotta verso un vicino approdo, conscia che ciò vorrebbe dire tradire me stessa?

Il peso delle conseguenze di entrambe le azioni non mi paiono indifferenti: davanti ad un bivio la scelta che si compie è fondamentale. In ogni caso, credo fermamente, che ognuno di noi non può evitare determinati eventi o cose: per quanto ci si possa credere liberi, l’inevitabilità di precisi elementi è tale da condizionare la nostra esistenza significativamente.

Il dubbio comunque rimane ed ogni notte, prima di addormentarmi, mi auguro che l’indomani il senso di oppressione che provo sia diminuito quanto basta per lasciarmi prendere un respiro profondo, di quelli che non prendo da diverso tempo.

Nel frattempo, mi godo il dolce contatto che mi offre la mia gatta  standomi in grembo e rilasciando un dolce calore che, nonostante l’afa estiva, non mi infastidisce. Sono diventata più selvatica di prima, tanto che a volte la comunicazione verbale mi sembra aliena: che bisogno ho di parlare, se con i miei animali basta un’occhiata per capirci. Non ho ossigeno da sprecare.

Alidicorvo

Ritorno al Nido

E’ molto tempo che non faccio ritorno qui, alla mia tana, al mio nido.
Sono stati tempi in cui volevo capire, volevo sperimentare, ma alla fine non ho capito niente e tutto quello che mi è rimasto è la pesante ombra di molte sconfitte. Su tutti i campi.
Hanno pesato, quelle sconfitte, come uno zaino che non si toglie mai, perchè non si riuscirebbe più ad infilarlo; come una zavorra che non si riesce a staccare e mano a mano ti trascina sempre più giù.
E più vai giù, più ti addentri nella conoscenza, più cresce la sensazione di stare buttando via il proprio tempo, di stare facendo qualcosa di inutile, fino a che mi sono sentita, come mi sento, inutile.

A che scopo inseguire il sole, se tanto non lo si raggiunge? E’ la mia natura, lo so, quindi non posso farne a meno… sarà la stanchezza, mi dico e probabilmente non sbaglio, non di molto: inseguirei il sole anche se sapessi che alla fine mi aspetta solo un mare di fuoco, che mi brucerà e mi ridurrà in cenere.
Anche sapendolo, non mi fermerei. Eppure sono certa che io ed il sole potremo continuare ad inseguirci all’infinito, come sono certa che non ci raggiungeremo mai: continueremo su due percorsi paralleli, fino alla fine dei nostri giorni. Parte avvantaggiato lui: ha un’aspettativa di vita decisamente più lunga della mia.
Ma che cos’é il sole dopotutto, se non la miglior metafora dei miei sogni e delle mie aspirazioni, che non raggiungerò mai? Cos’é, se non utopia?
Sul sole l’uomo non ci arriverà mai: la lezione di Icaro lo ha messo in guardia fin dall’antichità. “Se ti avvicini ti scotti” sembra dire, suggerendo che è meglio voltare lo sguardo altrove, prima che anche gli occhi comincino a risentirne; non importa quali occhiali indosso.

Forse per questo preferisco la notte: soprattutto con la bella stagione, offre un po’ di refrigerio dalle temperature diurne e sveglia in me la voglia irrefrenabile di correre, di volare, di saltare, anche di uccidere.
Di notte il mio istinto si risveglia e diventa anche difficile controllare certe pulsioni.

Una volta mi è capitato di vedere una lotta tra insetti: tre formiche che difendevano il loro territorio da un incauto insetto, grande più del doppio di loro, che aveva avuto la pessima idea di atterrare vicino alle tre guardiane notturne del nido; con perseveranza e con attacchi mirati, le tre formiche hanno ucciso l’insetto, che non è riuscito nemmeno a prendere il volo quando si è reso conto che avrebbe perso la lotta.
Con una ferocia sistematica, lo hanno spezzettato, decapitandolo per primo, poi staccandogli le ali, le gambe, fino a tagliarlo in due; le tre operose sentinelle hanno portato tutto nel nido e lo hanno ammucchiato nei loro magazzini: d’inverno sarebbe servito.
Ed io cosa sono se non una di quelle formiche? Però non ho voluto stare nel formicaio insieme alle altre… e credo che questa cosa mi costerà cara.
Ma non importa, io ho deciso: basta maschere, anche durante il giorno; basta compromessi e moderatismi.

Sento una forza dentro di me che cresce sempre di più e non voglio neanche provare a fermarla: so che mi annienterebbe. Cresche la rabba, la forza, si amplificano i sentimenti di qualsiasi genere.

“Perchè a vent’anni è tutto ancora intero, perchè a vent’anni è tutto chi lo sa.. A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età” cantava e canta qualcuno.
Questa frase mi segue come un monito: adesso tutto mi sembra bello, tutto mi sembra possibile, ma in realtà.. In realtà basta poco per essere schiacciati, per essere decapitati come quell’insetto.
L’unica via sembra essere quella di tenermi isolata, lontano dagli altri, riducenndo al minimo i contatti. Nel mondo di oggi ciò non è possibile: lo so benissimo, l’ho vissuto sulla mia pelle.
Se studio, se lavorio, se esco anche solo con gli amici, avrò sempre a che fare con chi non è come te, con la potenziale formica che ti taglierà a pezzetti. Credo siano i rischi della vita, dopotutto: se mi mostro per quello che sono, devo essere pronta a veder distrutto tutto il mio mondo, in un attimo, senza aver avuto la possibilità di muovere un dito. Perchè di insetti come me, a questo mondo, ce ne sono miliardi: se io sono forte, quelli che sono più deboli di me si coalizzano, fino al momento in cui verrò inesorabilmente schiacciata.
Allora, che fare? Mischiarmi fingendo di essere quella che non sono per ritardare il più possibile il momento della rottura? Oppure pormi per quello che sono, vivere coerentemente e difendere con le unghie e con i denti tutto quello che ho e che amo, perendo in un’impresa che sa molto di romanzo epico cavalleresco?
L’ho sempre detto che sono un “Don Chisciotte”, ma rendermi conto di quello che veramente comporta quel titolo non  qualcosa che posso fare tutto in una volta, senza riservarmi la possibilità, per mia pavidità, di poter fare marcia indietro e tornare in un ambiente più agiato.
Eppure ho il forte sentore che una volta uscita dal formicaio, ben poche saranno le formiche disposte a riprendermi; probabilmente solo quelle che mi sono più legate lo faranno.

Da basso dei miei 23 anni non ancora compiuti, per il momento, sento di avere le spalle abbastanza larghe per sopportare il peso di una rottura con il sistema: non so se avrò la forza di sfasciare tutto quello che non mi va a genio, quello dipenderà da quanto resistente sarà il muro che mi si opporrà.
L’unica cosa che mi consola è che io, a differenza del muro, ho le ali per poterlo oltrepassare, anche solo con la mente, e gambe abbastanza robuste da compiere il balzo che in pochi hanno osato fare.

Una volta che sarò riuscita a spiccare il volo e superare la barricata, allora forse potò concedermi il privilegio di farmi guardare dalle altre persone per quello che sono, non solo un fantoccio di un sistema che mi vuole allineata: io non sono allineata e non lo sarò mai. Se decidessi di ritrattare non riuscirei più a vivere in pace con me stessa: già adesso non è facile.
Non posso fare a meno di compatire quelli che si omologano, anche se so che è sbagliato; al massimo, riesco a provare nei loro confronti una sorta di profondo distacco: è vero, viviamo sulla stessa Terra, ma non abbiamo nulla da spartire, perciò proseguirò sulla mia strada. Non è più il tempo della moderazione.

Alidicorvo

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